PALAZZO BOYL
Milis è senza dubbio il Palazzo Boyl, questo perché per quasi cinquant’anni vi abitò una delle famiglie più illustri della Sardegna.
I Boyl, originari di Aragona, arrivarono in Sardegna intorno al 1300, nel periodo giudicale.
La situazione nei giudicati era piuttosto complessa e i conflitti si susseguivano uno dopo l’altro.
I valorosi membri di questa famiglia, che si schierò a favore del Re Giacomo II, ebbero grande influenza nella guerra contro il Giudicato d Arborea.
Si distinse in modo particolare il cavallerizzo del Re, Pietro Boyl, che per i suoi meriti e quelli dei suoi antenati nella guerra di Sardegna e nell’espugnazione di Alghero, nel 1354 ottenne la Baronia di Putifigari, il governo della Piazzaforte di Alghero, ed il titolo di “Cavallero Sin Par”, cioè “Cavaliere senza Pari”. Ebbe inoltre il privilegio di poter inserire i pali d’Aragona nel suo stemma di famiglia.
Fu in questo modo che iniziò la dinastia dei Baroni di Putifigari.
Questo era un paese piuttosto piccolo in provincia di Sassari, di conseguenza i Boyl preferirono soggiornare ad Alghero, città che all’epoca ricopriva una certa importanza.
Nel 1624, non essendoci più eredi maschi, venne data in sposa l’unica discendente della famiglia, Margherita Sussarello-Boyl al nobile Matteo Pilo, proveniente dall’antica stirpe dei Pilo di Barcellona, stabilitasi in Sardegna nel XII secolo, periodo dell’influenza della Repubblica Genovese sul Sassarese.
Così si imparentarono due delle famiglie più influenti del periodo, da cui discenderà Vittorio Pilo Boyl-Richelmi, il marchese di Putifigari che fece di Milis la sua dimora.
Il marchese Vittorio Pilo-Boyl era il XVIII barone di Putifigari.
Nacque a Sassari il 15 maggio 1778 da Francesco Pilo-Boyl, marchese di Putifigari, e da Felicita dei conti Richelmi, appartenente ad una delle famiglie più illustri del Piemonte.
Suo padre percorse le vie dell’alta magistratura e morì a Torino il 26 Marzo 1823.
Vittorio Pilo-Boyl fu educato dai genitori come si addiceva alla nobiltà del suo lignaggio: studiò presso le scuole Pie della sua patria e continuò la sua carriera a Cagliari, dove aveva seguito il padre.
Nel 1791 andò a Torino, e, ancora giovane, intraprese la carriera militare: divenne sottotenente ed a soli sedici anni combattè i francesi repubblicani nelle Alpi Graie, mostrando tutto il suo valore e costringendo i nemici alla ritirata.
Vittorio Amedeo III, Re di Sardegna, lo fece decorare sul campo per il suo intrepido comportamento.
Successivamente a Cagliari il marchese divenne direttore e professore di matematica nelle scuole teoretiche militari. In seguito ottenne diversi gradi militari e il prestigioso titolo di comandante in capo del Genio Militare del Regno di Sardegna.
Fu durante il periodo trascorso a Cagliari che incontrò la ragazza che doveva diventare sua moglie: Donna Maddalena Vacca.
Ella era l’ultima erede rimasta della nobile discendenza dei Salazar, a cui apparteneva sua madre, sposata con il gentiluomo Don Giovacchino Vacca di Milis.
Donna Maddalena portò in dote numerose proprietà tra le quali diversi giardini di Milis, terreni ed il vecchio impianto del palazzo.
Secondo alcune ipotesi il primo impianto dell’edificio risalirebbe alla fine del 1300, infatti il prospetto posteriore è costituito in laterizio pieno con archi a sesto acuto, elementi tipici dell’architettura Gotico- Catalana.
In seguito furono realizzate le trasformazioni e gli ampliamenti più importanti; lo stile che caratterizzava l’intera struttura fu inglobato in un nuovo ed innovativo impianto neoclassico, di cui la galleria di ingresso e la nuova facciata costituivano gli aspetti più peculiari.
Il progetto fu redatto da architetti piemontesi e i lavori furono diretti da Conte Carlo Boyl, fratello di Vittorio, che, oltre a progettare il Palazzo Boyl di Cagliari e Porta Cristina, realizzò anche il collegamento con la nuova strada Carlo Felice, nella quale al bivio di Tramatza era posto un cippo di segnalazione.
Attualmente il Palazzo, situato al centro del paese, si presenta con una facciata dipinta di rosso bruno e bianchi marcapiani. Per metterla in particolare risalto, il Conte Vittorio acquistò parte delle abitazioni che si trovavano di fronte dell’edificio e costruì un giardino recintato nell’area in cui attualmente si trova la Piazza Martiri.
L’ingresso è costituito da un arco a tutto sesto, sovrastato da un balconcino superiore e da un terrazzino con i busti delle quattro stagioni. Il portale principale è delimitato da una gradinata con leoni marmorei. Dall’ingresso principale si accede alla sala centrale detta delle armi.
Interessanti sono i mosaici pavimentali che arricchiscono per forma, colore e temi alcune sale del palazzo.
Il Marchese acquistò inoltre dai Monaci Camaldolesi di Bonarcado, un frutteto che impiantarono loro stessi, l’attuale “Ortu de is Paras”. Il nobile esemplari di mandarino e lo ribattezzò “Bosco di Villaflor” come si legge nel maestoso frontone del portale d’ingresso costituito da blocchi alternati di arenaria e di basalto.
introdusse i primi La villa divenne nel tempo la dimora principale della famiglia Boyl; a Milis venivano infatti ricevuti i Reali in visita in Sardegna.
Vi dimorò il Valery, bibliotecario di Versailles che definì S’Ortu de is Paras il giardino delle Esperidi, a altri ospiti illustri quali Gabriele D’Annunzio, Balzac, Grazia Deledda e l’abituale La Marmora.
La famiglia Boyl ha mantenuto la proprietà della villa fino al 1978, quando venne acquistata dal Comune di Milis per la cifra simbolica di 13 milioni di lire.
La villa è stata completamente restaurata: nel cortile si è ricavato uno splendido Anfiteatro con oltre 600 posti a sedere mentre il piano inferiore è costituito da una serie di sale di rappresentanza arredate con mobili d’epoca.
Nelle sale superiori si sono ricavati ambienti per convegni-studio.
Inoltre da alcuni anni il Palazzo ospita il museo del costume e del gioiello sardo.
Grazie a Palazzo Boyl, oggi Milis rappresenta la sintesi tra storia, cultura e tradizione.
Museo del costume
e del gioiello sardo.
Nel Marzo 2003 è stato allestito in una delle
sale del palazzo Boyl il museo del costume e del gioiello, prendendo in considerazione in modo particolare i costumi della provincia di Oristano e i gioielli maggiormente utilizzati nella zona.
Il vestito tradizionale maschile è costituito dal copricapo, dalla camicia, dal giubbetto, dai calzoni, dal gonnellino nero e dal soprabito.
Il copricapo più comune è Sa barrita. Può essere nero o rosso, di orbace o di panno. Data la lunghezza, circa 50 cm può ricadere di lato, dietro o ripiegato in modo da stare avanti.
La camicia è sempre bianca e ampia, di cotone o lino. Il colletto può avere qualche ricamo o può essere chiuso da gemelli in oro o in argento.
Il giubbetto come quello femminile è di stoffa pregiata, spesso non isolana: velluto, broccato o panno. Con o senza maniche è chiuso sul davanti a doppio o monopetto. E’ di diversi colori, spesso è ricamato oppure ha rifiniture policrome, sulle asole o comunque sulla parte anteriore.
I calzoni chiamati cartzones, sono sempre bianchi e molto ampi, di lino, cotone o orbace. Sono spesso lunghi, ma la lunghezza può variare, e sono infilati dentro is cartzas di diversi materiali come il panno, l’orbace o anche la pelle.
Il gonnellino è molto caratteristico. Esso è un semplice rettangolo di stoffa, arricciato in vita; è in orbace, o in panno. E’ indossato sopra i pantaloni.
Il soprabito in sardo gabbanu, veniva utilizzato dall’uomo, secondo il ceto e il mestiere. Nel Campidano il cappotto lungo è spesso sostituito con un soprabito marrone in panno. E’ raro,se non scomparso, il soprabito senza maniche di pelle conciata, stretto in vita da una cintura chiamato collettu.
Inoltre molto diffuso tra i pastori, è la giacca senza maniche di pelle di pecora o di agnello. La lunghezza può variare. La zona di provenienza determina anche il nome sardo: best’e peddi, everchina, tzamarra. E’ un indumento antichissimo: Cicerone, riferendosi ai sardi dell’interno, che riuscì mai a domare del tutto, li definiva latruncoli mastrucati, alludendo evidentemente al loro indumento più tipico.
Il vestito tradizionale femminile a sua volta è costituito dal copricapo, dalla camicia, dal corpetto, dal giubbetto, dalla gonna e dal grembiule.
Per quanto riguarda il copricapo su questo capo di vestiario vi sono innumerevoli varianti.
E’ possibile individuare il luogo di provenienza dal modo in cui è sistemato intorno alla testa.
I colori , i ricami, il modo di fermarlo sul capo sono tanti. Può essere costituito da un semplice fazzoletto piegato come un triangolo o da una serie di “pezzi”, talvolta bende, cuffie, veli e/o scialli.
La camicia, in sardo camisa, è bianca, di lino o di cotone. Ampia, variamente ornata con pizzi o ricami soprattutto nelle parti visibili, nella parte anteriore e nelle maniche. Lo scollo (di diversa ampiezza) è spesso incorniciato dal pizzo e arricchito da bottoni d’argento e d’oro.
Sopra la camicia è indossato il corpetto chiamato in dialetto s’imbustu. Può essere costituito da un busto (soprattutto nel nord della Sardegna), da un vero e proprio gilè, con diversi tipi di spalline che a loro volta possono essere sottili o grosse, con una striscia di stoffa e fiocchi o anche nastri. Infine il corpetto è costituito da semplici strisce di stoffa, che sul davanti fasciano il corpo sotto il seno, sostenute da spalline fini.
Il giubbetto è in stoffa pregiata. La lunghezza varia: può essere corto, giusto sotto al seno, oppure lungo e arrivare fino alla vita poco sopra la gonna. Le maniche possono essere ampie, aperte lungo l’avambraccio in modo da far vedere la camicia, oppure strette e corte; anche in questo caso le varianti sono tantissime.
La gonna è sempre lunga, spesso ornata sul bordo da nastri colorati e dorati; in orbace ma anche in tessuti “continentali”. E’ arricchita sulla parte posteriore, mentre sul davanti rimane liscia. La parte anteriore della gonna è spesso coperta dal grembiule.
Quest’ultimo è sovrapposto alla gonna. La stoffa è varia e i tessuti possono essere pregiati, seta e orbace, e meno pregiati, d’uso comune. (sardiniapoint)
All’interno del Museo abbiamo diversi costumi della provincia di Oristano, tra cui quello dell’omonima provincia, quello di Seneghe, di Busachi, di Samugheo e naturalmente quello di Milis. Preme ricordare che alcuni di questi costumi sono delle donazioni, altri invece sono stati ricostruiti dai gruppi folkloristici o da foto antiche che ritraevano questi costumi.
I GIOIELLI
Per quanto riguarda il gioiello sardo, esso è un prodotto tipico in cui si può individuare uno stile etnico, segno della cultura profonda dell’intero popolo della Sardegna.
I gioielli sardi sono strettamente legati al costume tradizionale regionale, poiché nelle loro molteplici espressioni integrano il costume, completandolo nei suoi elementi decorativi.
Nel passato i gioielli avevano molti significati e le donne sarde li conservavano e tramandavano di generazione in generazione come oggetti sacri e preziosi.
Per ritrovare il significato più segreto dei gioielli sardi (prendas) bisogna risalire alle origini del mito che racconta di fate che, nelle loro case incantate (domus de janas) tessevano fili d’oro e d’argento che diventavano stoffe ricamate con pietre preziose.
Nei tempi antichi il gioiello aveva infatti la funzione di medium tra l’uomo e gli dei, per invocarne la grazia o per esorcizzare le forze del male; una pietra nera (ossidiana) all’interno di un cerchietto d’argento (sabeggia) serviva a sottrarre il nuovo na alle insidie del malocchio; un corredo di oggetti preziosi affiancato al defunto garantiva la custodia del corpo e la rinascita alla vita; uno scambio di doni sanciva infine la promessa di matrimonio, in cui il gioiello era simbolo dell’alleanza e del vincolo.
Il metallo di uso più frequente era l’argento, abbondantemente presente nell’isola a differenza dell’oro che, se pur presente, lo era in quantità decisamente inferiore.
Anelli, orecchini, spille, collane, bottoni sono i principali tipi di gioielli che fanno bella mostra nelle vetrine degli artigiani to orafi oristanesi; tra le lavorazioni troviamo principalmente la filigrana che, in oro e argento ha una particolare importanza per tutta l’isola.
Dopo il bottone di filigrana, la collana è il gioiello più diffuso, spesso decorato da figure di cavalieri, cuori e uccelli.
Le pietre utilizzate raramente sono preziose, si cercavano solamente gli effetti di colore, l’unica pietra da incastonatura era il granato e, si usava il vetro colorato e spesso la carta stagnola sotto il vetro trasparente.
Un altro materiale locale utilizzato per la realizzazione di gioielli è il corallo: l’oro rosso, la cui qualità è superiore a quella di tutti i coralli raccolti nei mari del mondo. I gioielli presenti all’interno del Museo sono i seguenti: bottoni, gemelli, catene, ganciere, collane, rosari, spille, orecchini, amuletti.
Bottoni e gemelli
Il bottone, di probabile derivazione punica è l’elemento più comune nei diversi costumi isolani.
Questi ornamenti generalmente in copia ornano il collo e i polsi della camicia e il corsetto dei costumi, sia maschili che femminili.
I bottoni hanno sempre forma circolare e ricordano una pigna una mamella o una melagrana; sono sormontati da un cilindretto in metallo prezioso nel quale è incastonato un turchese o altra pietra semipreziosa.
Catene e ganciere
Sono altri elementi utili del costume tradizionale.
Assumono forme elaborate e servono sostanzialmente per chiudere la gonna, allacciare il grembiule, reggere un copricapo o allacciare un corpetto.
Nelle ganciere la forma predominante è quella a cuore, anche se ne possono trovare alcune rappresentanti animali. All’interno della forma a cuore sono poi presenti altre decorazioni: uccelli, fiori, angioletti, spirali, il sole, la luna, le stelle, ecc….
Il sistema di lavorazione è la fusione con l’osso di seppia, cui segue la finitura a martello e lima.
Anche le catene hanno varie forme e svariati motivi decorativi legati all’uso, generalmente di tipo pratico. Tutte le catene in argento sono sempre provviste, all’estremità, dei relativi ganci per l’attacco ai lembi superiori del grembiule, del copricapo o del busto.
Collane
Le collane possono essere d’oro, d’argento e di corallo, pesanti o leggere, complicate o semplici.
Un tipo particolare di gioiello è un pendente lavorato in piastra d’oro, ritagliata, traforata ed arricchita con pietre da portare al collo con una fascetta di velluto scuro.
Rosari
L’attività degli orafi è stata notevole non solo per quanto riguarda l’arte popolare ma anche per ciò che concerne quella colta: con i rosari in filigrana, decorati da rosoni di varia geometria e dal crocifisso molto elaborato. Nel Museo ne sono presenti due: uno dai grani bianchi e uno dai grani neri.
Spille
Le spille dei costumi femminili isolani sono sostanzialmente di due tipi: una viene fissata sul capo per fissare lo scialle o il velo; l’altra serve alla chiusura della camicia sul petto.
La spilla da portare sul capo è molto semplice, spesso si riduce ad un lungo spillo con una capocchia più o meno lavorata in filigrana o realizzata con una sferetta di corallo o madreperla.
La spilla da portare sul petto è invece più elaborata.
Orecchini
Fra tutti i gioielli sardi gli orecchini sono gli oggetti preziosi più usati a livello popolare.
L’orecchino sardo è solitamente costituito da un pezzo di corallo lavorato a goccia fasciato da un cerchietto in oro al quale è fissato lo spillo da inserire nel lobo.
Una variante è costituita dagli orecchini contenenti camei di corallo raffiguranti un viso.
Amuleti
Questi oggetti ritrovano la loro origine nelle leggende di cui si nutre la fantasia popolare allo scopo di giustificare e spiegare i fenomeni malefici della natura. La loro funzione principale era quella di garantire la salute e di allontanare il malocchio.
Il Museo si è arricchito verso la fine del 2004 di cinque gioielli artigianali, realizzati in argento e pietre dure, e più precisamente di una “perda ‘e latti” in cristallo di roccia; di una “perda ‘e bambini” in diaspro rosso; di una “perda ‘e tronu” in diaspro verde; di una “perda ‘e fogu” e di una “pinnacheddu” in ossidiana. Questi gioielli sono un dono dei familiari di Gianni Atzori al comune di Milis.
In conclusione, l’oro e i gioielli hanno rappresentato nella storia e nella vita dei sardi differenti esigenze: la cura di sé ; la cura nel vestire; l’ornamento di sé e la devozione.
Milis è senza dubbio il Palazzo Boyl, questo perché per quasi cinquant’anni vi abitò una delle famiglie più illustri della Sardegna.
I Boyl, originari di Aragona, arrivarono in Sardegna intorno al 1300, nel periodo giudicale.
La situazione nei giudicati era piuttosto complessa e i conflitti si susseguivano uno dopo l’altro.
I valorosi membri di questa famiglia, che si schierò a favore del Re Giacomo II, ebbero grande influenza nella guerra contro il Giudicato d Arborea.
Si distinse in modo particolare il cavallerizzo del Re, Pietro Boyl, che per i suoi meriti e quelli dei suoi antenati nella guerra di Sardegna e nell’espugnazione di Alghero, nel 1354 ottenne la Baronia di Putifigari, il governo della Piazzaforte di Alghero, ed il titolo di “Cavallero Sin Par”, cioè “Cavaliere senza Pari”. Ebbe inoltre il privilegio di poter inserire i pali d’Aragona nel suo stemma di famiglia.
Fu in questo modo che iniziò la dinastia dei Baroni di Putifigari.
Questo era un paese piuttosto piccolo in provincia di Sassari, di conseguenza i Boyl preferirono soggiornare ad Alghero, città che all’epoca ricopriva una certa importanza.
Nel 1624, non essendoci più eredi maschi, venne data in sposa l’unica discendente della famiglia, Margherita Sussarello-Boyl al nobile Matteo Pilo, proveniente dall’antica stirpe dei Pilo di Barcellona, stabilitasi in Sardegna nel XII secolo, periodo dell’influenza della Repubblica Genovese sul Sassarese.
Così si imparentarono due delle famiglie più influenti del periodo, da cui discenderà Vittorio Pilo Boyl-Richelmi, il marchese di Putifigari che fece di Milis la sua dimora.
Il marchese Vittorio Pilo-Boyl era il XVIII barone di Putifigari.
Nacque a Sassari il 15 maggio 1778 da Francesco Pilo-Boyl, marchese di Putifigari, e da Felicita dei conti Richelmi, appartenente ad una delle famiglie più illustri del Piemonte.
Suo padre percorse le vie dell’alta magistratura e morì a Torino il 26 Marzo 1823.
Vittorio Pilo-Boyl fu educato dai genitori come si addiceva alla nobiltà del suo lignaggio: studiò presso le scuole Pie della sua patria e continuò la sua carriera a Cagliari, dove aveva seguito il padre.
Nel 1791 andò a Torino, e, ancora giovane, intraprese la carriera militare: divenne sottotenente ed a soli sedici anni combattè i francesi repubblicani nelle Alpi Graie, mostrando tutto il suo valore e costringendo i nemici alla ritirata.
Vittorio Amedeo III, Re di Sardegna, lo fece decorare sul campo per il suo intrepido comportamento.
Successivamente a Cagliari il marchese divenne direttore e professore di matematica nelle scuole teoretiche militari. In seguito ottenne diversi gradi militari e il prestigioso titolo di comandante in capo del Genio Militare del Regno di Sardegna.
Fu durante il periodo trascorso a Cagliari che incontrò la ragazza che doveva diventare sua moglie: Donna Maddalena Vacca.
Ella era l’ultima erede rimasta della nobile discendenza dei Salazar, a cui apparteneva sua madre, sposata con il gentiluomo Don Giovacchino Vacca di Milis.
Donna Maddalena portò in dote numerose proprietà tra le quali diversi giardini di Milis, terreni ed il vecchio impianto del palazzo.
Secondo alcune ipotesi il primo impianto dell’edificio risalirebbe alla fine del 1300, infatti il prospetto posteriore è costituito in laterizio pieno con archi a sesto acuto, elementi tipici dell’architettura Gotico- Catalana.
In seguito furono realizzate le trasformazioni e gli ampliamenti più importanti; lo stile che caratterizzava l’intera struttura fu inglobato in un nuovo ed innovativo impianto neoclassico, di cui la galleria di ingresso e la nuova facciata costituivano gli aspetti più peculiari.
Il progetto fu redatto da architetti piemontesi e i lavori furono diretti da Conte Carlo Boyl, fratello di Vittorio, che, oltre a progettare il Palazzo Boyl di Cagliari e Porta Cristina, realizzò anche il collegamento con la nuova strada Carlo Felice, nella quale al bivio di Tramatza era posto un cippo di segnalazione.
Attualmente il Palazzo, situato al centro del paese, si presenta con una facciata dipinta di rosso bruno e bianchi marcapiani. Per metterla in particolare risalto, il Conte Vittorio acquistò parte delle abitazioni che si trovavano di fronte dell’edificio e costruì un giardino recintato nell’area in cui attualmente si trova la Piazza Martiri.
L’ingresso è costituito da un arco a tutto sesto, sovrastato da un balconcino superiore e da un terrazzino con i busti delle quattro stagioni. Il portale principale è delimitato da una gradinata con leoni marmorei. Dall’ingresso principale si accede alla sala centrale detta delle armi.
Interessanti sono i mosaici pavimentali che arricchiscono per forma, colore e temi alcune sale del palazzo.
Il Marchese acquistò inoltre dai Monaci Camaldolesi di Bonarcado, un frutteto che impiantarono loro stessi, l’attuale “Ortu de is Paras”. Il nobile esemplari di mandarino e lo ribattezzò “Bosco di Villaflor” come si legge nel maestoso frontone del portale d’ingresso costituito da blocchi alternati di arenaria e di basalto.
introdusse i primi La villa divenne nel tempo la dimora principale della famiglia Boyl; a Milis venivano infatti ricevuti i Reali in visita in Sardegna.
Vi dimorò il Valery, bibliotecario di Versailles che definì S’Ortu de is Paras il giardino delle Esperidi, a altri ospiti illustri quali Gabriele D’Annunzio, Balzac, Grazia Deledda e l’abituale La Marmora.
La famiglia Boyl ha mantenuto la proprietà della villa fino al 1978, quando venne acquistata dal Comune di Milis per la cifra simbolica di 13 milioni di lire.
La villa è stata completamente restaurata: nel cortile si è ricavato uno splendido Anfiteatro con oltre 600 posti a sedere mentre il piano inferiore è costituito da una serie di sale di rappresentanza arredate con mobili d’epoca.
Nelle sale superiori si sono ricavati ambienti per convegni-studio.
Inoltre da alcuni anni il Palazzo ospita il museo del costume e del gioiello sardo.
Grazie a Palazzo Boyl, oggi Milis rappresenta la sintesi tra storia, cultura e tradizione.
Museo del costume
e del gioiello sardo.
Nel Marzo 2003 è stato allestito in una delle
sale del palazzo Boyl il museo del costume e del gioiello, prendendo in considerazione in modo particolare i costumi della provincia di Oristano e i gioielli maggiormente utilizzati nella zona.
Il vestito tradizionale maschile è costituito dal copricapo, dalla camicia, dal giubbetto, dai calzoni, dal gonnellino nero e dal soprabito.
Il copricapo più comune è Sa barrita. Può essere nero o rosso, di orbace o di panno. Data la lunghezza, circa 50 cm può ricadere di lato, dietro o ripiegato in modo da stare avanti.
La camicia è sempre bianca e ampia, di cotone o lino. Il colletto può avere qualche ricamo o può essere chiuso da gemelli in oro o in argento.
Il giubbetto come quello femminile è di stoffa pregiata, spesso non isolana: velluto, broccato o panno. Con o senza maniche è chiuso sul davanti a doppio o monopetto. E’ di diversi colori, spesso è ricamato oppure ha rifiniture policrome, sulle asole o comunque sulla parte anteriore.
I calzoni chiamati cartzones, sono sempre bianchi e molto ampi, di lino, cotone o orbace. Sono spesso lunghi, ma la lunghezza può variare, e sono infilati dentro is cartzas di diversi materiali come il panno, l’orbace o anche la pelle.
Il gonnellino è molto caratteristico. Esso è un semplice rettangolo di stoffa, arricciato in vita; è in orbace, o in panno. E’ indossato sopra i pantaloni.
Il soprabito in sardo gabbanu, veniva utilizzato dall’uomo, secondo il ceto e il mestiere. Nel Campidano il cappotto lungo è spesso sostituito con un soprabito marrone in panno. E’ raro,se non scomparso, il soprabito senza maniche di pelle conciata, stretto in vita da una cintura chiamato collettu.
Inoltre molto diffuso tra i pastori, è la giacca senza maniche di pelle di pecora o di agnello. La lunghezza può variare. La zona di provenienza determina anche il nome sardo: best’e peddi, everchina, tzamarra. E’ un indumento antichissimo: Cicerone, riferendosi ai sardi dell’interno, che riuscì mai a domare del tutto, li definiva latruncoli mastrucati, alludendo evidentemente al loro indumento più tipico.
Il vestito tradizionale femminile a sua volta è costituito dal copricapo, dalla camicia, dal corpetto, dal giubbetto, dalla gonna e dal grembiule.
Per quanto riguarda il copricapo su questo capo di vestiario vi sono innumerevoli varianti.
E’ possibile individuare il luogo di provenienza dal modo in cui è sistemato intorno alla testa.
I colori , i ricami, il modo di fermarlo sul capo sono tanti. Può essere costituito da un semplice fazzoletto piegato come un triangolo o da una serie di “pezzi”, talvolta bende, cuffie, veli e/o scialli.
La camicia, in sardo camisa, è bianca, di lino o di cotone. Ampia, variamente ornata con pizzi o ricami soprattutto nelle parti visibili, nella parte anteriore e nelle maniche. Lo scollo (di diversa ampiezza) è spesso incorniciato dal pizzo e arricchito da bottoni d’argento e d’oro.
Sopra la camicia è indossato il corpetto chiamato in dialetto s’imbustu. Può essere costituito da un busto (soprattutto nel nord della Sardegna), da un vero e proprio gilè, con diversi tipi di spalline che a loro volta possono essere sottili o grosse, con una striscia di stoffa e fiocchi o anche nastri. Infine il corpetto è costituito da semplici strisce di stoffa, che sul davanti fasciano il corpo sotto il seno, sostenute da spalline fini.
Il giubbetto è in stoffa pregiata. La lunghezza varia: può essere corto, giusto sotto al seno, oppure lungo e arrivare fino alla vita poco sopra la gonna. Le maniche possono essere ampie, aperte lungo l’avambraccio in modo da far vedere la camicia, oppure strette e corte; anche in questo caso le varianti sono tantissime.
La gonna è sempre lunga, spesso ornata sul bordo da nastri colorati e dorati; in orbace ma anche in tessuti “continentali”. E’ arricchita sulla parte posteriore, mentre sul davanti rimane liscia. La parte anteriore della gonna è spesso coperta dal grembiule.
Quest’ultimo è sovrapposto alla gonna. La stoffa è varia e i tessuti possono essere pregiati, seta e orbace, e meno pregiati, d’uso comune. (sardiniapoint)
All’interno del Museo abbiamo diversi costumi della provincia di Oristano, tra cui quello dell’omonima provincia, quello di Seneghe, di Busachi, di Samugheo e naturalmente quello di Milis. Preme ricordare che alcuni di questi costumi sono delle donazioni, altri invece sono stati ricostruiti dai gruppi folkloristici o da foto antiche che ritraevano questi costumi.
I GIOIELLI
Per quanto riguarda il gioiello sardo, esso è un prodotto tipico in cui si può individuare uno stile etnico, segno della cultura profonda dell’intero popolo della Sardegna.
I gioielli sardi sono strettamente legati al costume tradizionale regionale, poiché nelle loro molteplici espressioni integrano il costume, completandolo nei suoi elementi decorativi.
Nel passato i gioielli avevano molti significati e le donne sarde li conservavano e tramandavano di generazione in generazione come oggetti sacri e preziosi.
Per ritrovare il significato più segreto dei gioielli sardi (prendas) bisogna risalire alle origini del mito che racconta di fate che, nelle loro case incantate (domus de janas) tessevano fili d’oro e d’argento che diventavano stoffe ricamate con pietre preziose.
Nei tempi antichi il gioiello aveva infatti la funzione di medium tra l’uomo e gli dei, per invocarne la grazia o per esorcizzare le forze del male; una pietra nera (ossidiana) all’interno di un cerchietto d’argento (sabeggia) serviva a sottrarre il nuovo na alle insidie del malocchio; un corredo di oggetti preziosi affiancato al defunto garantiva la custodia del corpo e la rinascita alla vita; uno scambio di doni sanciva infine la promessa di matrimonio, in cui il gioiello era simbolo dell’alleanza e del vincolo.
Il metallo di uso più frequente era l’argento, abbondantemente presente nell’isola a differenza dell’oro che, se pur presente, lo era in quantità decisamente inferiore.
Anelli, orecchini, spille, collane, bottoni sono i principali tipi di gioielli che fanno bella mostra nelle vetrine degli artigiani to orafi oristanesi; tra le lavorazioni troviamo principalmente la filigrana che, in oro e argento ha una particolare importanza per tutta l’isola.
Dopo il bottone di filigrana, la collana è il gioiello più diffuso, spesso decorato da figure di cavalieri, cuori e uccelli.
Le pietre utilizzate raramente sono preziose, si cercavano solamente gli effetti di colore, l’unica pietra da incastonatura era il granato e, si usava il vetro colorato e spesso la carta stagnola sotto il vetro trasparente.
Un altro materiale locale utilizzato per la realizzazione di gioielli è il corallo: l’oro rosso, la cui qualità è superiore a quella di tutti i coralli raccolti nei mari del mondo. I gioielli presenti all’interno del Museo sono i seguenti: bottoni, gemelli, catene, ganciere, collane, rosari, spille, orecchini, amuletti.
Bottoni e gemelli
Il bottone, di probabile derivazione punica è l’elemento più comune nei diversi costumi isolani.
Questi ornamenti generalmente in copia ornano il collo e i polsi della camicia e il corsetto dei costumi, sia maschili che femminili.
I bottoni hanno sempre forma circolare e ricordano una pigna una mamella o una melagrana; sono sormontati da un cilindretto in metallo prezioso nel quale è incastonato un turchese o altra pietra semipreziosa.
Catene e ganciere
Sono altri elementi utili del costume tradizionale.
Assumono forme elaborate e servono sostanzialmente per chiudere la gonna, allacciare il grembiule, reggere un copricapo o allacciare un corpetto.
Nelle ganciere la forma predominante è quella a cuore, anche se ne possono trovare alcune rappresentanti animali. All’interno della forma a cuore sono poi presenti altre decorazioni: uccelli, fiori, angioletti, spirali, il sole, la luna, le stelle, ecc….
Il sistema di lavorazione è la fusione con l’osso di seppia, cui segue la finitura a martello e lima.
Anche le catene hanno varie forme e svariati motivi decorativi legati all’uso, generalmente di tipo pratico. Tutte le catene in argento sono sempre provviste, all’estremità, dei relativi ganci per l’attacco ai lembi superiori del grembiule, del copricapo o del busto.
Collane
Le collane possono essere d’oro, d’argento e di corallo, pesanti o leggere, complicate o semplici.
Un tipo particolare di gioiello è un pendente lavorato in piastra d’oro, ritagliata, traforata ed arricchita con pietre da portare al collo con una fascetta di velluto scuro.
Rosari
L’attività degli orafi è stata notevole non solo per quanto riguarda l’arte popolare ma anche per ciò che concerne quella colta: con i rosari in filigrana, decorati da rosoni di varia geometria e dal crocifisso molto elaborato. Nel Museo ne sono presenti due: uno dai grani bianchi e uno dai grani neri.
Spille
Le spille dei costumi femminili isolani sono sostanzialmente di due tipi: una viene fissata sul capo per fissare lo scialle o il velo; l’altra serve alla chiusura della camicia sul petto.
La spilla da portare sul capo è molto semplice, spesso si riduce ad un lungo spillo con una capocchia più o meno lavorata in filigrana o realizzata con una sferetta di corallo o madreperla.
La spilla da portare sul petto è invece più elaborata.
Orecchini
Fra tutti i gioielli sardi gli orecchini sono gli oggetti preziosi più usati a livello popolare.
L’orecchino sardo è solitamente costituito da un pezzo di corallo lavorato a goccia fasciato da un cerchietto in oro al quale è fissato lo spillo da inserire nel lobo.
Una variante è costituita dagli orecchini contenenti camei di corallo raffiguranti un viso.
Amuleti
Questi oggetti ritrovano la loro origine nelle leggende di cui si nutre la fantasia popolare allo scopo di giustificare e spiegare i fenomeni malefici della natura. La loro funzione principale era quella di garantire la salute e di allontanare il malocchio.
Il Museo si è arricchito verso la fine del 2004 di cinque gioielli artigianali, realizzati in argento e pietre dure, e più precisamente di una “perda ‘e latti” in cristallo di roccia; di una “perda ‘e bambini” in diaspro rosso; di una “perda ‘e tronu” in diaspro verde; di una “perda ‘e fogu” e di una “pinnacheddu” in ossidiana. Questi gioielli sono un dono dei familiari di Gianni Atzori al comune di Milis.
In conclusione, l’oro e i gioielli hanno rappresentato nella storia e nella vita dei sardi differenti esigenze: la cura di sé ; la cura nel vestire; l’ornamento di sé e la devozione.





